La storia del reporter Ryszard Kapusciński – scomparso il 23 gennaio 2007 a Varsavia all’età di 74 anni – è quella di un uomo che pur non sentendosi occidentale e non amando l’Occidente, essendo cresciuto nella Polonia comunista, Occidente atipico e non proprio liberale, non lo ha mai rifiutato, negato o attaccato. Quest’uomo, nato a Pink, piccolo villaggio di case di legno della parte orientale (oggi Bielorussia) il 4 marzo del 1932, la guerra di civiltà l’ha vissuta dentro di sè e sarà ricordato per aver sperimentato un metodo lontano dall’odio che, riassunto in tre parole, consiste nel guardare, criticare per poi assimilare. I suoi reportage, famosi in tutto il mondo e tradotti in quindici lingue, pur non raccontando mai il mondo occidentale, non hanno il tono di chi odia il ricco e il potente e pensa che l’America ha torto sempre e comunque, ma grazie all’esperienza diretta del comunismo smascherano la struttura più intima delle dittature e le fragilità del potere assoluto. Il suo approccio alla vita e al mestiere del giornalista emergeva già nel primo reportage, quando uscito dalla Polonia comunista, giovane cresciuto in un mondo che era un po’ fuori dal mondo, portava nella scrittura una curiosità infantile e uno stupore continuo. 

La storia di Kapusciński comincia proprio dal desiderio di “varcare la frontiera” polacca per il gusto di meravigliarsi delle differenze. Sin da bambino era incuriosito da cosa ci fosse al di là di Pińsk. Il suo sogno era la semplice azione di oltrepassare la soglia della sua terra d’origine e dare un’occhiata dall’altra parte, non quello di fare il corrispondente di guerra. 

“Mi piacerebbe andare all’estero” svelò timidamente a Irena Tarlowska, la capo redattrice del “Sztandar Mlodych”, giornale dove cominciò a lavorare a 23 anni. Dopo un anno l’occasione di varcare la frontiera arrivò: “Ti mandiamo in India” gli disse Tarlowska, che per la prima volta inviava un giornalista all’estero, e il giovane Ryszard partì senza parlare neanche l’inglese. Era il 1956 e l’aspirante giornalista si trovò nel posto giusto al momento giusto. La Polonia stava stringendo legami con l’India. Aveva da poco ricevuto la visita del primo presidente fuori dal blocco sovietico, il leader indiano Jawaharlal Nehru, e una serie di buoni articoli avrebbero contribuito a consolidare i rapporti tra i due paesi. In Kapusciński però non ardeva il sacro fuoco del reporter, quella spinta irrefrenabile che fa correre dietro gli eventi a costo di farsi ammazzare per conquistare una notizia esclusiva. Salendo su quel vecchio bimotore DC-3 che lo avrebbe portato a Roma e poi a Nuova Delhi, l’inesperto Ryszard, vestito di stracci e spaventato dall’inimmaginabile luminosità della città italiana, aveva già ottenuto il suo scopo: uscire dalla povera, scura e umiliata Pińsk. In borsa, insieme ai dizionari, custodiva un libro stampato e distribuito in Polonia solo nel 1955 che, sin dai tempi dell’Università frequentata a Varsavia, rappresentò la sua guida al mestiere: “Storie” dello storico greco Erodoto.

L’ingenuo giornalista, quindi, partì con la segreta speranza di cominciare un viaggio intorno al mondo sulle tracce lasciate dal suo idolo 250 anni prima. Nelle pagine di quel libro c’è l’origine dell’uomo che Kapusciński è diventato negli anni: viaggiatore appassionato, esploratore coraggioso e narratore preciso. Insomma, un bravo reporter dall’estero ma nato assolutamente per caso. I suoi articoli dal mondo, soprattutto all’inizio della carriera, erano tutti legati ad accordi politici tra la Polonia e altri continenti. Il “Sztandar Mlodych” inizialmente e l’agenzia polacca PAP anni dopo individuarono nel volenteroso Ryszard un’ottima pedina utile per consolidare legami con nuovi paesi indicati dal Governo. Il giornalismo, che Kapusciński definì “il mestiere degli schiavi”, rappresentò per lui la carta vincente per lasciare la Polonia e varcare più confini possibile. Il desiderio infantile di “oltrepassare la soglia” torna in ogni libro ma è in “Imperium” (1994), uno dei suoi testi più intensi, a raggiungere l’apice. Il reporter racconta l’incontro con l’Impero Sovietico e l’avventuroso viaggio alla scoperta dei più sconosciuti paesi dell’ex Unione Sovietica che intraprende nel momento del declino e lo porta a varcare non solo numerose frontiere, ma anche migliaia di chilometri di filo spinato che recintavano il territorio, “sbarramenti alti e fitti, annodati e intrecciati con tale minuzia da non lasciar passare nemmeno un topo”. 

“Si moltiplichi il tutto per gli anni di vita del potere sovietico – scrive – e risulta chiaro come mai nei negozi di Smolensk o di Omsk sia impossibile comprare una vanga, un martello, non parliamo poi di un cucchiaino: la materia prima per quel tipo di cose è sempre mancata, se ne andava tutta in filo spinato. […] Per anni e anni, invece di costruirsi case e ospedali, invece di riparare le fognature e gli impianti elettrici perennemente scassati, la gente non ha fatto altro che occuparsi della recisione interna ed esterna, locale e nazionale del suo Impero”. Le avventure di Kapusciński continuano in Pakistan, Afghanistan, Iran, Giappone, Cina, Africa e America Latina. Nonostante le difficoltà per reperire informazioni ed entrare in contatto con le realtà da descrivere, i suoi reportage, che lui chiamava “letteratura a piedi”, piacquero e i capi continuarono a inviarlo lontano da Pińsk, la cittadina nota per la costruzione di barche per la navigazione dei fiumi che nel suo immaginario era un punto strategico per raggiungere tutti gli Oceani. Quest’idea ha guidato l’esistenza di Kapusciński racchiusa lo scorso anno in “Autoritratto di un reporter” (Feltrinelli), resoconto di quattro decenni di guerre, rivoluzioni e colpi di stato narrati sia nei brevi take d’agenzia trasmessi con mezzi di fortuna, sia nei libri costruiti affidando al dettaglio il significato dell’insieme e mescolando ricerca storica, analisi sociale e cronaca coraggiosa. Le sue narrazioni acquistano sostanza di pagina in pagina grazie all’abilità di ricavare da ogni evento seguito in prima linea un significato “altro” di quello imposto dalla cronaca e di cogliere il momento preciso in cui lo sviluppo umano entra in una nuova fase, dimostrandone l’esistenza e descrivendola partendo dall’esperienza personale. In qualità di corrispondente da Africa, Asia e America Latina, il fortunato reporter per caso, inconsciamente spaventato dall’Occidente ricco e luminoso, si è mosso con sorprendente disinvoltura tra guerre civili, rivolte, carneficine.

L’ingenuo giornalista, quindi, partì con la segreta speranza di cominciare un viaggio intorno al mondo sulle tracce lasciate dal suo idolo 250 anni prima. Nelle pagine di quel libro c’è l’origine dell’uomo che Kapusciński è diventato negli anni: viaggiatore appassionato, esploratore coraggioso e narratore preciso. Insomma, un bravo reporter dall’estero ma nato assolutamente per caso. I suoi articoli dal mondo, soprattutto all’inizio della carriera, erano tutti legati ad accordi politici tra la Polonia e altri continenti. Il “Sztandar Mlodych” inizialmente e l’agenzia polacca PAP anni dopo individuarono nel volenteroso Ryszard un’ottima pedina utile per consolidare legami con nuovi paesi indicati dal Governo. Il giornalismo, che Kapusciński definì “il mestiere degli schiavi”, rappresentò per lui la carta vincente per lasciare la Polonia e varcare più confini possibile. Il desiderio infantile di “oltrepassare la soglia” torna in ogni libro ma è in “Imperium” (1994), uno dei suoi testi più intensi, a raggiungere l’apice. Il reporter racconta l’incontro con l’Impero Sovietico e l’avventuroso viaggio alla scoperta dei più sconosciuti paesi dell’ex Unione Sovietica che intraprende nel momento del declino e lo porta a varcare non solo numerose frontiere, ma anche migliaia di chilometri di filo spinato che recintavano il territorio, “sbarramenti alti e fitti, annodati e intrecciati con tale minuzia da non lasciar passare nemmeno un topo”. 

“Si moltiplichi il tutto per gli anni di vita del potere sovietico – scrive – e risulta chiaro come mai nei negozi di Smolensk o di Omsk sia impossibile comprare una vanga, un martello, non parliamo poi di un cucchiaino: la materia prima per quel tipo di cose è sempre mancata, se ne andava tutta in filo spinato. […] Per anni e anni, invece di costruirsi case e ospedali, invece di riparare le fognature e gli impianti elettrici perennemente scassati, la gente non ha fatto altro che occuparsi della recisione interna ed esterna, locale e nazionale del suo Impero”. Le avventure di Kapusciński continuano in Pakistan, Afghanistan, Iran, Giappone, Cina, Africa e America Latina. Nonostante le difficoltà per reperire informazioni ed entrare in contatto con le realtà da descrivere, i suoi reportage, che lui chiamava “letteratura a piedi”, piacquero e i capi continuarono a inviarlo lontano da Pińsk, la cittadina nota per la costruzione di barche per la navigazione dei fiumi che nel suo immaginario era un punto strategico per raggiungere tutti gli Oceani. Quest’idea ha guidato l’esistenza di Kapusciński racchiusa lo scorso anno in “Autoritratto di un reporter” (Feltrinelli), resoconto di quattro decenni di guerre, rivoluzioni e colpi di stato narrati sia nei brevi take d’agenzia trasmessi con mezzi di fortuna, sia nei libri costruiti affidando al dettaglio il significato dell’insieme e mescolando ricerca storica, analisi sociale e cronaca coraggiosa. Le sue narrazioni acquistano sostanza di pagina in pagina grazie all’abilità di ricavare da ogni evento seguito in prima linea un significato “altro” di quello imposto dalla cronaca e di cogliere il momento preciso in cui lo sviluppo umano entra in una nuova fase, dimostrandone l’esistenza e descrivendola partendo dall’esperienza personale. In qualità di corrispondente da Africa, Asia e America Latina, il fortunato reporter per caso, inconsciamente spaventato dall’Occidente ricco e luminoso, si è mosso con sorprendente disinvoltura tra guerre civili, rivolte, carneficine. 

E’ stato testimone oculare di 27 rivoluzioni. Si è spostato con coraggio da una nazione all’altra con mezzi occasionali. Sempre solo, con la complicità della gente del luogo. Ha percorso deserto, mare, montagne, zone buie, aride o sabbiose dove si poteva viaggiare solo con la luce del giorno. Si è ammalato di malaria e ne è guarito. Ha sofferto la fame e la sete. Di fronte ai pericoli prometteva a se stesso: “la prossima volta non lo faccio più” e poi è sempre ripartito rischiando più volte la vita. Nel suo bagaglio c’erano sempre libri. Non si è mai stancato di leggere, studiare e approfondire la storia dei paesi che percorreva. Questa spinta a sgobbare arrivava da un ingombrante senso di ignoranza che sentiva rispetto ai colleghi. Cresciuto in uno dei paesi più poveri e arretrati dell’Europa dell’Est tra il secondo conflitto mondiale, il Comunismo e la guerra fredda, Kapusciński ha interiorizzato un grande complesso di inferiorità verso gli europei dell’Ovest, tipico della maggior parte dei suoi connazionali, che da adulto ha trasformato in punto di forza. La storia fortunata del reporter polacco che non amava l’Occidente ha le sue radici proprio nella profonda identificazione con le popolazioni non occidentali. 

Kapusciński ha fatto dell’immedesimazione con la vita misera e disagiata una condizione fondamentale del suo lavoro e, take dopo take, è stato testimone del cammino verso l’indipendenza dei popoli africani, della scomparsa di colonie, semicolonie e protettorati, della nascita del Terzo Mondo e del cambiamento della mappa del globo. Per lui “il terzo mondo non è un termine geografico, né razziale, ma un concetto esistenziale. Indica la vita povera caratterizzata dalla stagnazione, dall’immobilismo strutturale, dalla tendenza alla regressione, dalla continua minaccia della rovina totale, da una diffusa mancanza di via d’uscita”. In “Ebano” (1998), uno dei suoi libri più venduti, racconta l’incontro con luoghi, eventi e personaggi di diversi Paesi dell’Africa in numerosi viaggi tra il 1957 e il 1997. Non percorsi ufficiali, storie di Palazzo, personaggi noti e grande politica, ma incontri spontanei con gente comune, l’atmosfera dei villaggi, il gran caldo, stregoneria e religione, la percezione dell’uomo bianco da parte dei neri e sullo sfondo rivoluzioni, guerre civili e lotte per il potere. Come un nomade Kapusciński ha accettato passaggi su vecchi camion. Ha percorso Ghana, Tanzania, Uganda, Kenya, Zanzibar, Nigeria, Ciad, Guinea, Etiopia, Sudan, Ruanda, Zaire, Burundi, Mali, Burkina Faso, Senegal, Eritrea. Anche in “La prima guerra del football e altre guerre di poveri” (1978) attraversa parte dell’Africa e descrive il suo impatto con gli afrikaner del Sudafrica. Poi lo scenario del suo racconto diventa il Sud America ma l’atmosfera rimane la stessa: rivolte tra poveri. Il pretesto per descrivere il confine sottile tra calcio e politica in America Latina è la guerra del pallone scoppiata nel 1969 tra l’Honduras e il Salvador. Cento ore di battaglia tra tifosi con oltre seimila morti. Kapusciński non ha mai scritto libri sulla Polonia. “Un reporter riesce a combinare qualcosa solo se resta anonimo. La gente parla diversamente a un giornalista e a una persona incontrata per caso”. La fama guadagnata negli anni gli ha impedito di cercare verità tra le strade della sua terra, eppure il suo sguardo è polacco. Nei reportage “c’è sempre un riferimento alla Polonia, una continua ricerca di collegamenti tra la nostra mentalità e il modo di vedere degli occidentali”. 

In “Lapidarium” sottolinea: “da quando in Polonia è scoppiata la rivoluzione della libertà, ogni viaggio in Occidente mi fa l’effetto di una doccia fredda. Che distanza c’è tra noi e loro. Anni luce addirittura”. Il bisogno irrefrenabile di allontanarsi dalla Polonia non è ha avuto come conseguenza il distacco e il rinnegamento della Patria, ma ha semplicemente evidenziato un’idea di fondo della sua esistenza: il movimento perenne. “La mia casa è altrove. Appena mi fermo in un posto comincio ad annoiarmi, sto male, devo ripartire”. E così questo giornalista irrequieto ha trovato la sua casa tra emarginati, umiliati e poveri che, come lui, hanno conosciuto il disagio di non avere le scarpe per camminare, il cibo per mangiare, i libri per studiare. Anno dopo anno ha maturato un sempre più grande senso di umiltà. In “In viaggio con Erodoto” (2004), il libro in cui urla l’amore per lo storico, Kapusciński, vincitore del Premio Grinzane nel 2003, spiega: “la scoperta del mondo mi ha insegnato a essere umile”. Un modo di essere che ha portato con sé fino all’ultimo giorno e che ha sempre sorpreso chi lo incontrava. Il suo aspetto era poco eroico, ma modesto e trasandato. Il suo volto non era cupo e sofferente, ma pacifico, sereno, solare. Sembrava quello di un bambino felice. Eppure alla domanda: “cosa ricorda della sua infanzia?” rispondeva: “la mia prima esperienza consapevole è stata la paura. Ricordo la prima immagine: un topo di fronte a me mi terrorizzava e io a mia volta spaventavo lui”. Questa scena riflettere perfettamente l’atteggiamento maturato nei confronti dell’Occidente: pur essendone spaventato sin da piccolo, ha avuto il coraggio di guardarlo in faccia. Mosso dall’esasperata curiosità e dal pesante senso di inferiorità rispetto agli occidentali, ha sfidato il conformismo dell’informazione accettando di andare nei continenti lontani e sconosciuti dove nessun altro reporter voleva metter piede guadagnandosi l’etichetta di “pazzo”. “Quando ho cominciato a scrivere – spiega – sono stato costretto a trovare un mio spazio altrove, dove non c’erano già bravi corrispondenti”. 

Kapusciński, inoltre, non ha mai rincorso l’intervista esclusiva al potente di turno, né ha mai avuto un atteggiamento d’assalto nei confronti delle notizie. “Mi siedo e aspetto che le informazioni arrivino da me” ha sempre risposto a chi gli chiedeva come rintracciasse una mole così grande di dati. Pur essendo uno dei reporter più attivi del XX secolo, il suo approccio al mestiere è stato passivo: “non faccio domande a chi incontro, ma divento parte della sua giornata”.

Kapusciński divideva nettamente il momento della raccolta di notizie da quello della scrittura. Anche se collezionava penne e block notes non ha mai preso nota di nulla. Non scriveva appunti ma memorizzava immagini. Alcune delle sue pagine migliori sono nate proprio dalla descrizione dettagliata di scene a cui ha assistito in prima persona celato tra la folla. Grazie all’esperienza maturata negli anni, costretto a stare chiuso in albergo a Theran durante la rivoluzione iraniana, ha scritto uno dei suoi libri più intensi, “Shah-in-Shah” (1982), partendo dalla descrizione di immagini di cui era in possesso: vecchie fotografie, ritagli di giornali, copertine di libri, vignette e pellicole amatoriali da 8 mm. Prendendo spunto da questa documentazione ammucchiata sulla scrivania della sua camera, il giornalista è riuscito a raccontare la storia della caduta dello Scià di Persia, la fine della monarchia in Iran e la nascita della repubblica islamica guidata da Khomeini nel 1979. Nel suo ultimo viaggio in Italia lo scorso ottobre, lo scrittore ha svelato ai suoi lettori italiani anche la sua antica passione, la poesia, presentando “Taccuino d’Appunti” (Forum Editore), raccolta di versi che porta nei meandri più intimi delle sue paure e nei labirinti più ingarbugliati dei suoi desideri. Stessi timori e stessi sogni del bambino che a dieci anni, in prossimità dell’inverno, si trovò senza scarpe e cominciò a vendere sapone per comprarsele. “Che fatica: ogni saponetta costava uno sloty, me ne servivano quattrocento”. Ne ha fatta di strada da allora quel bambino terrorizzato dall’Occidente. E dopo tanti chilometri percorsi con l’ansia di arrivare per poi ripartire, oggi Kapusciński sarà ricordato come l’uomo che varcava le frontiere. Per il reporter polacco che fino all’ultimo giorno ha scritto con la macchina da scrivere disdegnando computer, cellulari e emal e “ci sono tre eventi che hanno cambiato l’universo odierno: la fine della guerra fredda, la rivoluzione tecnologica e l’avvento di internet”. 

“Il mondo non ha più frontiere – aveva detto pochi mesi prima di morire – Non ci sono più barriere provocate dalle ideologie, né dalle distanze fisiche. Sempre più persone sono in movimento da un paese all’altro e le diverse culture sono a portata di mano di tutti. Siamo messi alle strette: penso che non esista più la possibilità di sentirci divisi nel mondo. Una strada è tentare di capirci”.

Ñ, supplemento culturale del Clarin di Buenos Aires – 19/01/2008